I quattro tratti fondamentali della Globalizzazione secondo Diego Fusaro



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I quattro tratti fondamentali della Globalizzazione secondo il filosofo Diego Fusaro.


“Provare a definire il globalismo in poche battute  è un’impresa pressoché impossibile ad ogni modo proverò a dare alcune piste di riferimento anche a partire dal libro Glebalizzazione che che ho recentemente scritto. Direi che, in estrema sintesi, la globalizzazione mette capo a quattro movimenti fondamentali“.

Diego Fusaro - Glebalizzazione

Diego Fusaro – Glebalizzazione

Si riportano le parole del discorso del filosofo italiano Diego Fusaro, trascritte da un video di un suo recente intervento.

Primo tratto: il farsi mondo del mercato.

Dice Diego Fusaro : “In primo luogo la globalizzazione coincide con il farsi mondo del mercato. Non è nulla di neutro e di naturale ma è un processo storico socialmente determinato che corrisponde al fatto che l’economia capitalistica ha, per sua vocazione essenziale, la saturazione del mondo intero.

L’economia di mercato capitalistica tende a produrre una forma di globalitarismo, così io lo chiamo nel libro, ovvero una nuova forma di totalitarismo della forma merce che si impone su scala planetaria; una forma merce che tende a saturare ogni spazio. Per questo la figura della società liquida è efficace per indicare l’odierna contemporaneità. È proprio dei liquidi il fatto che saturino tutti gli spazi possibili e assumano la forma del contenitore che li contiene. La società liquida è la società della forma merce che si fa mondo, che satura ogni spazio, da Tokyo a Nuova York, da Parma a Berlino; è la società in cui la forma merce satura anche gli spazi della coscienza: non riusciamo più a pensare alcunché se non per il tramite della forma merce. Investimenti affettivi, debiti e crediti nelle scuole, l’azienda Italia e così via… Come l’io penso di kantiana memoria, la merce deve poter accompagnare tutte le nostre rappresentazioni. Questo è il primo tratto della globalizzazione”.

Il secondo tratto: la Glebalizzazione.

“Il secondo tratto è quello che io nel libro ho definito la Glebalizzazione. C’è un preciso processo di classe gestito dai signori del capitale, competitivisti sans frontières, i globocrati, cinici ammiragli della finanza speculativa… Per inciso, come ricordavo e spiegavo in un altro mio libro, Storia e coscienza del precariato, il conflitto di classe oggi non è più tra borghesia e proletariato, è fra signori della finanza apolide, in alto, e in basso, proletariato e borghesia, ceto medio,  anch’esso precipitato nell’abisso e costituente, insieme al vecchio proletariato, un’unica classe di riferimento che chiamo il precariato.

La lotta di classe oggi è gestita dai signori della finanza speculativa, dai delocalizzatori, dai padroni dell’e-commerce ed è gestita sul piano liscio del mondo ridotto a unico mercato: il mondo intero diventa un open space, un megastore per lo scorrimento delle merci e delle persone mercificate, dove appunto figurano come qualcosa di astrattamente neutro e concretamente rispondente ai dettati della lotta di classe gestita dall’alto. Io la chiamo Glebalizzazione proprio per riappropriarci delle parole. Globalizzazione con le sue chance e le sue opportunità se vista dall’alto, Glebalizzazione, ossia produzione di una massa seriale di schiavi su scala cosmopolitica se è vista dal basso.

La Glebalizzazione non spazza via soltanto le classi lavoratrici, sia chiaro, che peraltro vengono oggi trattate per la prima volta come se l’occidente fosse una colonia fra le tante. Le caratteristiche del lavoro disumano, propria di altre realtà rispetto all’occidente, divengono anche occidentali, pensate dai signori dell’e-commerce che mettono il braccialetto ai loro lavoratori; anche a Piacenza, anche a Milano; li costringono a stare al lavoro senza la possibilità di andare in bagno: realtà accaduta a Torino e a Bari recentemente e così via. Anche la classe media viene spazzata via grazie alla nuova free trade-zone, al TTIP, CETA,  grandi zone di libero scambio che massacrano la piccola produzione locale; stanno distruggendo dall’alto, in questa lotta di classe, che chiamo Glebalizzazione, non solo, diciamo così, la struttura economica propria del vecchio mondo borghese, il piccolo ceto medio imprenditoriale, borghese, artigianale, stanno spazzando via anche i fondamenti della civiltà borghese moderna, dalla famiglia alla scuola pubblica, dalla sanità pubblica ai sindacati, fino ad arrivare allo Stato come figura massima dell’eticità moderna; stanno spazzando via tutto questo, con l’ obiettivo ridurre il mondo intero a unico mercato con le persone che scorrono e che circolano e con la legge del profitto e del business che si impone su scala cosmopolitica.

Glebalizzazione la chiamo, per spiegarla contro le anime belle del cosmopolitismo che glorificano sempre i processi della mondializzazione, parlando di democrazia globale, di diritti che si traslano su scala cosmopolitica. Uso un esempio nel libro, che credo sia molto concreto: per l’operaio di Fiat Mirafiori, a Torino globalizzazione significa né più e né meno, che dovrà competere con il lavoratore del Bangladesh o dell’India e non saranno certo i diritti e le conquiste della lotta di classe, del sindacato, delle piazze, della Torino degli anni settanta, a spostarsi in Bangladesh o in India. Al contrario. Per essere competitivo, parola magica della neolingua liberista, egli dovrà liberarsi di tutto il gravame delle conquiste dei diritti ed essere appunto competitivo con chi, dall’altro capo del mondo, senza diritti e senza tutele, produce in condizioni letteralmente disumane. Senza cura dell’ambiente, perché poi, gli stessi che vogliono la Globalizzazione, difendono l’ambiente sono quelli che favoriscono questo processo di competitività al ribasso, dove vince chi non tutela l’ambiente, non tutela la dignità umana e così via. Ovviamente si dirà che il lavoratore finora ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità; altra parola, altro teologumeno della religione dei mercati liberisti: si è vissuti al di sopra della propria possibilità; bisogna riconvertirsi al principio di realtà. Glebalizzazione dunque”.

Terzo tratto: l’americanizzazione del mondo.

“Terzo movimento fondamentale globalizzazione; il nome d’arte per dire americanizzazione del mondo. Dopo il 1989 siamo entrati in quella che io chiamo la quarta guerra mondiale. La terza, per chi se la fosse persa, fu la guerra fredda. La quarta è la guerra che nel 1989 gli Stati Uniti d’America, vincitori sull’Unione Sovietica, dichiarano a tutti gli stati del mondo che ancora non si siano piegati al loro dominio, che cioè non siano stati in globalizzati, cioè annessi nella globalizzazione. Gli Stati Uniti d’America sono il braccio armato della globalizzazione. Dove ci sono resistenze a questo piano liscio in fase di produzione subentrano i bombardamenti umanitari, gli embarghi terapeutici, l’imperialismo etico, e così via cioè la globalizzazione diventa una in globalizzazione coatta dei popoli resistenti.

Naturalmente la narrazione, lo story telling gestito dai padroni del discorso è sempre il medesimo: c’è un nuovo Hitler; puntualmente Saddam era il nuovo Hitler; Milosevic era nuovo Hitler; Gheddafi… di modo che l’aggressione imperialistica dell’americanosfera Washingtoniana passi in realtà per liberazione ossia come nuova Hiroshima. Lo stratagemma narrativo è sempre il medesimo: ricorderete forse su Panorama o l’Espresso, nel ’99, il volto di Milosevic con i baffetti e con scritto Hitlerowic. […] Ci deve sempre essere un nuovo Hitler perché ci sia una nuova Hiroshima; cioè perché il bombardamento preordinato passi per liberazione umanitaria. In realtà serve sempre solo ad abbattere le gloriose resistenze che ancora sussistono alla americanizzazione del mondo”.

Quarto tratto: l’omologazione planetaria.

“Quarto punto: la globalizzazione corrisponde all’omologazione planetaria. La globalizzazione è, per dirla con Pasolini, un genocidio delle culture dei popoli. La globalizzazione è ideologia del medesimo; non accetta che ci sia una pluralità di culture di lingue, di tradizioni e di storia. La globalizzazione vuole vedere ovunque il medesimo: ossia merci che circolano, uomini ridotti a merci, lessico delle merci, l’inglese dei mercati, spread, spending review. Da questo punto di vista la globalizzazione è anglobalizzazione, cioè impone a tutti i popoli del pianeta l’unica lingua consentita: quella liturgica dei mercati e dello spread e converte tutti i popoli a questa unica lingua, distruggendo tutte le altre. La globalizzazione produce ogni giorno un genocidio culturale diverso.

Il teorema è quello che io, nel libro, chiamo il teorema dell’identitarismo. Il discorso del globalista dice che chi ha un identità è pericoloso per l’identità altrui e quindi perché regnino pace e democrazia su scala cosmopolitica occorre che ogni popolo rinunci alla propria identità, alla propria cultura e sia apra a quelle altrui. Così facendo l’obiettivo che inconfessabilmente si ottiene è che non ci sono più culture, non ci sono più identità. Ci si apre a un dialogo che di multiculturale ha solo il nome perché in realtà è un dialogo monoculturale dell’unica subcultura del nichilismo della forma merce che finge di valorizzare le culture nell’atto stesso con cui le distrugge.

La globalizzazione procede includendo e neutralizzato. Il vecchio imperialismo diceva: ‘tu non puoi entrare, tu sei fuori e viene sfruttato’; la globalizzazione dice: ‘tu non puoi restare fuori’. E’ un imperialismo inclusivo, all inclusive, direbbero le nuove pubblicità; è un imperialismo liquido: ‘non puoi stare fuori; devi entrare!’ Quindi procede includendo e neutralizzando. Se volete la miglior prova di questo processo di genocidio culturale costante, guardate semplicemente le pubblicità dei bambini che vengono mostrati con il colore della pelle diversa e poi vestiti da capo a piedi con le medesime marche.

Si finge di valorizzare la pluralità delle culture nell’atto stesso con cui la si sacrifica sull’altare del mercato. Questo è il nuovo globalitarismo, il totalitarismo glamour della civiltà dei consumi, di un potere, lo diceva già Pasolini negli anni 70, che è permissivo ed edonista, è lasco e liberale nei modi, è suadente; una civiltà che in qualche modo ti lascia libero il corpo perché ti colonizza l’anima. Questa è la nuova figura, in sintesi estrema, della Glebalizzazione, rispetto alla quale il sovranismo dovrebbe essere o dovrebbe porsi come forza di resistenza”.

Video Originale

Qui di seguito il video originale.

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